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 basta con i jeans sbiaditi

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MessaggioTitolo: basta con i jeans sbiaditi   Mer Dic 08 2010, 21:35

I jeans che uccidono come in miniera Se la silicosi è fashion - Il caso

di Marina Mastroluca
La malattia è progredita fino al 46 per cento dei miei polmoni. Non posso fare sforzi fisici, non posso correre o arrampicarmi. Se prendo un raffreddore è molto pericoloso per me. Mi manca sempre il fiato e non posso parlare. Può anche peggiorare. Quando capita devo andare in ospedale per un mese e prendere l’ossigeno direttamente». Adulhalim Demir è un operaio turco, ha 46 anni, tre figli piccoli e una malattia antica, la silicosi, che un tempo consumava poco alla volta i minatori dopo una vita passata sotto terra a mangiare polvere. Adulhalim però non ha mai visto una miniera, il male che gli ruba l’aria l’ha respirato in una fabbrica di jeans. Per un anno ha lavorato come «sabbiatore esperto» in un laboratorio che produceva pantaloni sbiancati per Tom Hilfiger. La sua mansione era semplice: sparare sabbia ad alto tenore di silice con un compressore, per ammorbidire il denim e dargli quella patina invecchiata che piace alle grandi firme della moda e agli altri di conseguenza. La paga non era un gran che, ma gli operai immigrati come Adulhalim potevano dormire nei locali dove lavoravano: ventiquatt’ore al giorno a respirare aria impregnata di polveri di silice. «Credo che sia stato allora che mi sono ammalato». Adhulhalim oggi è testimonial della Campagna per l’abolizione del sandblasting, come si chiama la sabbiatura dei jeans, promossa da Solidarity Committee of Sandblasting Labourers, dalla Campagna Abiti Puliti e dall’International Labor Rights Forum. L’iniziativa, di cui Fair è il coordinatore italiano, viene presentata oggi ad Istanbul, sotto uno slogan esplicito: «I jeans che uccidono». Perché è esattamente quello che accade, lontano da noi, dai nostri armadi pieni di pantaloni sbiaditi ad arte, logorati non dall’uso ma da qualche operaio che per questo rischia la vita: l’unica che ha. L’appello è rivolto alle imprese - in Italia Diesel, Armani, Gucci, Prada, Versace, Cavalli, D&G, Benetton, Replay - perché rinuncino integralmente alla sabbiatura e ai governi perché vietino questa procedura, l’importazione di jeans sabbiati e garantiscano assistenza ai lavoratori malati. Qualche numero per capire. In Turchia, dove è partito il movimento che ha prodotto una campagna nazionale oggi esportata su scala globale e dove la sabbiatura è vietata dallo scorso anno, comincia ad emergere la dimensione del problema. Finora si contano 46 morti per silicosi acuta, 1200 malati accertati e almeno 5000 stimati su una popolazione di 10.000 operai addetti al sandblasting. «Sono numeri per difetto», spiega la dottoressa Yesim Yasin, membro del comitato che in Turchia ha spinto per il divieto di questo tipo di lavorazione. «La silicosi provocata dalla sabbiatura a silice è diversa da quella dei minatori, che si presenta dopo 10 o 20 anni. Per gli operai del tessile abbiamo visto che è sufficiente un periodo di esposizione di soli 6 mesi per manifestare i sintomi». Si comincia con un po’ d’affanno, poi si perde peso, subentrano infezioni polmonari. Anche la morte arriva molto più rapidamente. Il primo studio scientifico internazionale che lega la silicosi acuta alla sabbiatura è del 2005. Fino ad allora gli operai si ammalavano e morivano senza nemmeno sapere di che cosa. A volte i sintomi venivano confusi con quelli della tubercolosi, i medici non riuscivano a capire. Solo poco alla volta, si è scoperto che il mistero era nei jeans sbiancati. «Eravamo in un gruppo di vecchi sabbiatori con gli stessi sintomi - racconta Adulhalim -. Ricordo che eravamo 157. A 145 è stata diagnosticata la silicosi. Nel mio villaggio su 2000 abitanti oggi gli ammalati sono 300». Il divieto introdotto in Turchia non è una soluzione definitiva, perché impera un mercato sommerso di piccoli laboratori che sfuggono ad ogni controllo. E perché esiste un mondo intero di braccia che costano poco: in Bangladesh, in Cambogia, in Egitto, in Messico, in India, in Cina. Paesi dove si usano le stesse tecniche, ma non esiste la percezione del problema. «I lavoratori non sono quasi mai consapevoli del rischio», dice Deborah Lucchetti, presidente di Fair e portavoce della Campagna Abiti puliti. Anche per le imprese committenti è difficile controllare l’intera filiera: il lavoro viene dato in subappalto tante di quelle volte che è letteralmente impossibile avere la certezza che siano garantite condizioni di sicurezza agli operai. Tecniche di sabbiatura sicura esistono ma hanno costi molto alti, fingere di non saperlo non porta lontano. «È per queste ragioni che chiediamo alle grandi marche di rinunciare alla sabbiatura e al mondo della moda di smettere di proporre tendenze che richiedano procedure così rischiose», dice Lucchetti. In Italia finora hanno risposto in quattro. Versace e Gucci assicurano che la loro produzione è tutta italiana, Prada dice di essere in grado di controllare la filiera. Altrettanto Benetton, che però promette di interrompere la vendita dei jeans sbiaditi dal 2011. Anche Levi-Strauss e H&M promettono. È solo moda, in fondo. Basta cambiare. mmastroluca@unita.it

27 novembre 2010
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 34) nella sezione "Esteri"
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